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A TAVOLA! SI MANGIA!

19 Aprile 2019 by in category Educazione with 0 and 0

LA TAVOLA COME MOMENTO DI CONVIVIALITA’ E NON DI SCONTRO

Non ci invitiamo l’un l’altro per mangiare e bere semplicemente, ma per mangiare e bere insieme”.

Scrive così Plutarco nelle Dispute Conviviali, dove traspare che nessun lasso temporale né spaziale mai modificherà il nostro modo occidentale di pensare e vivere il cibo. Seduti a tavola non si ci si alimenta soltanto di gustose pietanze, ma ci nutriamo anche della relazione con l’altro: dei suoi dissapori, dei suoi gusti e dei suoi saperi. Una famiglia che, nel trambusto di una giornata vissuta a 100 all’ora, torna a casa la sera e si riunisce in cucina, trova nella condivisione del pasto, non soltanto il sostentamento nutritivo, ma l’emblema dell’incontro con l’altro. D’altronde il gusto è tra i cinque sensi, l’unico di cui possiamo godere in compagnia.

I bambini amano condividere la tavola con mamma e papà, anche se spesso i ritmi e i tempi ostacolano il piacere del mangiare insieme. La relazione che i bambini istaurano con il cibo inizia molto prima di riuscire a sedersi a tavola con la propria famiglia. Dobbiamo tornare indietro nel tempo fino alla loro vita intrauterina e riflettere sul modo in cui la loro mamma si prendeva cura di se stessa e del suo modo di alimentarsi: se si nutriva con piacere, se si abbuffava o, al contrario, se si alimentava a fatica. Questo primo approccio al nutrimento lascia poi le fila al periodo dell’allattamento dove, allo stesso modo, le modalità di cura e di allattamento al seno o al biberon hanno trasmesso al neonato chiari messaggi sul piacere di nutrirsi. Una neomamma che accarezza delicatamente il figlio mentre lo nutre, che lo guarda con adorazione, che gode di questo scambio di tenerezze proietta verso il figlio l’amore e l’amore per il cibo.

Questi doppi e inconsci messaggi, veicolati dal modo in cui un bambino si alimenta, continuano nel periodo dello svezzamento sino ad arrivare al momento in cui diventa, a tutti gli effetti, un commensale come i membri della propria famiglia. Il cibo è simbolo dell’unione famigliare, del piacere della relazione e della socializzazione, ma è anche un canale attraverso cui navigano messaggi a doppia valenza, dove il pasto può diventare anche promotore di messaggi negativi.

  • Hai finito tutto, che bravo che sei! La mamma ti vuole tanto bene!”. Quando, abitudinariamente, si loda e si manifesta di amare il proprio bambino se finisce un pasto, si veicola inconsapevolmente questo messaggio: “Ti voglio tanto bene se finisci tutto, ti voglio tanto bene quando fai quello che ti dico io”. E’ un ricatto emotivo. Quando vogliamo trasmettere la nostra approvazione e il nostro senso di appagamento nell’aver constatato che il pasto è stato finito, possiamo dire “Complimenti, hai finito tutto!”, traslando la nostra attenzione dalla persona all’azione in sé.
  • Se mangi, ti faccio vedere i cartoni”- “Se non mangi, il papà non giocherà con te”.

Si tratta di un sistema educativo che si avvale di premi e punizioni, che potrebbero anche funzionare nell’immediato, ma non aspettiamoci risultati a lungo termine. L’educazione è un processo lento e lungo, ma se costante nel tempo produrrà meravigliosi frutti.

Riformulando la richiesta, sorprenderemo il bambino: “Appena avremo terminato di mangiare, guarderemo i  cartoni/giocheremo insieme”.

  • “ Come fai a dire che non ti piace!?E’ buonissimo!”.

Al bambino arriva questa parte ‘non espressa’ del messaggio: quello che sento io è sbagliato, quello che sentono gli altri è giusto. Perdurato nel tempo, il piccolo commensale può perdere fiducia nel suo sentire, percependosi come non affidabile. E’ importante che i nostri figli assaggino nuovi sapori, ma sta a noi adulti rassicurarli dicendo “Prova ad assaggiare, se non ti piace non sei obbligato a mangiare”.

  • Non ci sono le carote in questa minestra, tranquillo!”.

Se cerchiamo di convincere i bambini, attraverso l’inganno, della (falsa) assenza di un ingrediente, ci imbattiamo nella menzogna. Pensiamo se un cuoco facesse lo stesso con noi adulti, come ci sentiremmo? I piccoli fiutano come segugi la bugia e non amano sentirsi degli stupidi. Siamo sinceri con loro, il fine non può giustificare i mezzi.

E’ molto funzionale quando i bambini hanno la possibilità di scegliere tra alcune proposte culinarie, essere coinvolti nella preparazione del menù o nell’apparecchiamento della tavola. Attraverso questo coinvolgimento, il pasto non è più mero cibo ma, caricandosi di significato, assume un potere diverso. Pensiamo ai bambini che hanno la fortuna di coltivare un orto: quando assaggiano una verdura che hanno piantato, visto crescere, atteso, curato, non assaporano solo un alimento, ma la relazione che hanno stabilito con esso.

La gestione di un rifiuto è sempre un momento complesso. “Non mi va, non mi piace, non lo voglio” stuzzicano le corde della pazienza di ogni genitore. Reagiamo con fermezza e informiamo i nostri figli che seguiremo la routine alimentare e che la prossima occasione per mangiare sarà al pasto successivo.

Nessun bambino sano deperirà se salta un pasto.

Spegniamo tv, cellulari e videogiochi: mangiare insieme è un piacere. Mamma e papà, attraverso una comunicazione efficace e un esempio giornaliero trasmettono il piacere della condivisione della tavola.

Rendiamo i bambini autonomi, aiutandoli a fare da soli e concedendogli il tempo di cui necessitano per apprendere.

Questo articolo non vuole essere una ricetta da seguire né un manuale da attuare. Suggerisce delle piccole strategie e degli spunti di riflessione: ogni famiglia, nella sua unicità, saprà trovare consapevolmente la propria strada da percorrere “non per mangiare e bere semplicemente, ma per mangiare e bere insieme”.

Articolo della Dott.ssa Brenda Cerioni (Pedagogista)

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